Shampoo solido

Il progetto per cambiare le mie abitudini in favore del pianeta continua.

Il corriere mi ha appena consegnato l’ennesimo pacchetto: lo shampoo in saponetta.

Ero indecisa su quale prendere, se sceglierne uno da Lush o meno. Ho trovato questo su Amazon e le recensioni più o meno dicevano questo “l’odore è spiazzante ma non resta sui capelli, li fa belli e lo ricomprerei”. Ottimo. Proviamolo.

Riguardo all’odore…penso mi passerà il raffreddore 🐒🌿

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In eredità…

Non mi sono interessata all’inquinamento ambientale per gran parte della mia vita. Ora, però, non posso fare a meno di pensarci. D’altronde il pianeta Terra è la mia casa e, come ogni casa va tenuta pulita, rispettata e amata. Il mare è mio, tuo, nostro. Aiutiamolo. Un giorno sarà dei nostri nipoti. Che razza di casa gli stiamo lasciando in eredità? 🐒🌿

Toglietemi tutto tranne il mio hummus

Vorrei essere una di quelle che si prepara tutto a mano. Hummus, maionese, crackers e formaggi vegetali…. ho anche comprato il bimby per riuscire nell’impresa ma niente. Non ho il tempo materiale per cucinare quello che vorrei con le mie sante manine. Così ripiego su quello che trovo al supermercato. Poco eco sostenibile ma tanto buono.

Consigli per persone ottimiste o aspiranti tali

Diventare o rimanere ottimisti é davvero difficile, questi 12 consigli mi sono molto piaciuti. Li condivido con voi.
Prometti a te stesso:
1. Di essere così forte che niente potrà turbare la tua pace mentale.
2. Di parlare di salute, felicità e prosperità a tutte le persone che incontri.
3. Di far sentire a tutti i tuoi amici che in loro c’è qualcosa di bello.
4. Di guardare il lato luminoso di tutte le cose e di fare in modo che il tuo ottimismo diventi realtà.
5. Di pensare solo al meglio, di impegnarti solo per il meglio e di aspettarti solo il meglio.
6. Di essere felice del successo altrui come se fosse il tuo.
7. Di dimenticare gli errori del passato e di concentrarti sui maggiori successi del futuro.
8. Di avere sempre un’espressione felice e di donare un sorriso a ogni creatura che incontri.
9. Di dedicare così tanto tempo al tuo miglioramento da non avere tempo per criticare gli altri.
10. Di essere troppo grande per preoccuparti, troppo nobile per arrabbiarti, troppo forte per avere paura e troppo felice per permettere che si creino problemi.
11. Di avere una buona opinione di te stesso e di proclamarlo al mondo, non a voce alta, ma attraverso grandi azioni.
12. Di vivere con la fiducia che tutto il mondo è dalla tua parte, finché sei fedele al meglio che è in te.

Ringraziamo il Sig. Larson che li ha inventati risparmiandoci la fatica di pensarli noi 🙂

Il dramma dell’essere svampiti.

Perdo colpi ogni giorno di più, eppure sono giovane!
Stamattina, ad esempio, ho cercato una scarpa per dieci minuti buoni prima di accorgermi di averla già indosso…
Oppure ieri che mi sono dimenticata di andare a lavoro. Si, sono riuscita a dimenticarmi di avere una sostituzione in una scuola elementare. Mi è venuto il dubbio solo nel pomeriggio e, dopo aver verificato gli orari e aver scoperto che, aimè si, sarei dovuta andare a lavoro, mi sono disperata fino a sera non sapendo come giustificare la cosa al capo il giorno dopo.
La fortuna di fare l’educatore è quella che il tuo capo, probabilmente ,ha una carriera da educatore anche lui e che quindi avrà un modo molto pedagogico di affrontare la cosa.
Il mio, infatti, mi ha preso per il culo tutto il pomeriggio.
Ieri sono riuscita a farne anche un’altra.
Sono andata a fare la mia solita ora di lavoro in una scuola media dove aiuto una ragazza tetraplegica a mangiare.
Quando sono venuti i volontari della croce bianca a prenderla l’ho salutata come sempre, poi mi sono messa a chiacchierare con una professoressa e solo dopo un bel po’ di tempo mi sono accorta di non avere la borsa. Presa dal panico ho subito pensato di averla lasciata appesa alla carrozzina, quindi sono corsa in segreteria per telefonare a casa della ragazza.
Le segretarie si rivelano gentili, mi chiedono la sezione per trovare il numero di telefono.
“È nella F” ne sono convinta.
“Che classe?” Mi guarda, dietro agli occhialetti.
“terza” e la sparo a caso perché in realtà non lo so.
Sfoglia dei registri, legge l’elenco dei nomi.
” In terza F non c’è”
“Allora magari è in seconda. Sa com’è’, ha 15 anni ma non credo sia in prima, però magari mi sbaglio”
“In prima F non c’è”
“Ma come non c’è? Sono sicura sia nella F, come tutti quelli a mensa con lei” La mia certezza non vacilla, nonostante l’evidenza.
La segretaria va al computer (mi chiedo ma non poteva andarci prima?) e dopo poco torna.
“È nella B. Ecco il numero”
Ottimo, un altro colpo perso.
Mi avvicino ad un telefono, alzo la cornetta e sento una voce dentro, per un attimo sono stranita poi mi accorgo di stare ascoltando la conversazione di una segretaria dall’altra parte del vetro che mi fa un gesto indicando la cornetta. Mi scuso con un cenno ma la tizia mi guarda male e torna alla telefonata.
Torna la segretaria con gli occhialetti e mi accompagna ad un altro telefono. Chiamo a casa della ragazzina ma la mamma mi dice che la borsa non c’è e se la ride. Io sono sempre più in panico, torno in mensa ma della borsa non c’è traccia. Corro dai bidelli ma non ne sanno nulla. Cammino sconsolata per i corridoi per un po’ e ad un tratto mi ricordo di essere stata in aula professori. Corro ed eccola lí. Se ne stava piegata da un lato, abbandonata su una sedia, in una stanza deserta. Tiro un sospiro di sollievo e torno a casa.
Ve ne racconto un’altra.
Un mese e mezzo fa mi sono dimenticata l’appuntamento dal dentista. Mi sta ancora aspettando.
Ha anche chiamato a casa dei miei per ricordarmi di riprendere l’appuntamento.
Ogni giorno mi ripropongo di chiamarlo ma non lo faccio mai. Cosa gli dico, mi chiedo. Il mio dentista non ha nemmeno la segretaria perché dice che sente la crisi e le tasse e tutto il resto, quindi risponderebbe proprio lui.
A parte chiedermi che speranza possa avere io se persino lui sente la crisi non riesco a fare. Ma prima o poi dovrò chiamarlo e più passa il tempo e più trovare una buona scusa diventa difficile.
Comunque in famiglia non sono l’unica svampita. Ho chiesto a mio padre di ordinarmi su internet il carica batterie per il mio computer hp, dopo averne comprato uno universale e avere scoperto che su dieci testine non ne andava bene nessuna. Ho dovuto chiamare l’hp perché nemmeno il commesso del negozio di computer era in grado di dirmi che modello di caricabatterie mi servisse.
Quindi dopo aver scoperto il modello l’ho mandato a mio papà. Ieri è arrivato il corriere che mi ha consegnato il pacchetto. L’ho anche aiutato a consegnare un altro pacco nel mio condominio, ma il karma non mi ha aiutata lo stesso. Il caricabatterie è quello sbagliato, mio papà ne ha ordinato uno di tutt’altro modello. Non ho idea di come si faccia un reso, ovviamente.
Intanto computer spento e niente tesi. Non che mi dispiaccia, io sono campionessa olimpionica di procrastinazione e ci tengo a mantenere il titolo.
Mi sento sola sul pianeta degli svampiti, se avete storie svampite raccontatemele, please.

Meditazioni

Ci sono certi giorni, magari uggiosi, grigi e umidi, in cui ci si sveglia stronzi.
E dopo essersi lavati, vestiti e pettinati si porta a spasso la propria faccia stronza, andando ad intossicare la vita di qualcun altro che, magari, non si erano svegliato stronzo quella mattina, anzi, magari era pure felice.

Quando l’immaginazione mi rapisce

Quando mi capita di dover descrivere me stessa sui social network mi trovo spesso in difficoltà. Per non ritrovarmi a scrivere la mia autobiografia cerco di trovare una cosa sola che io non abbia praticamente mai smesso di fare nella vita. Ovviamente ne ho più di una, quindi, a seconda dei casi, scelgo la più adatta. Sono innumerevoli le cose che non ho mai smesso di fare da che ho memoria come lamentarmi, portar fuori il cane, non pettinarmi, essere gentile, mettere tutto in dubbio e tante altre cose ma credo che le più significative siano queste : pensare, scrivere, immaginare. Qui sul blog ho scelto un misto tra scrivere e pensare, mi pare che sia una buona accoppiata, anche se non so quanto possano essere interessanti i miei pensieri.

Una volta ho scelto immaginare, mi pare su twitter, e scrissi questo : non smetto mai di creare micromondi nella mia testa. Non so se avete visto il film “I sogni segreti di Walter Mitty” ma, nel caso non l’aveste visto, basta guardare il trailer per capire di cosa sto parlando.

Anch’io come Walter Mitty “compio regolarmente dei viaggi mentali lontano dalla mia noiosa esistenza, entrando in un mondo di fantasie caratterizzate da grande eroismo, appassionate relazioni amorose e costanti trionfi contro il pericolo.”  Lo faccio da sempre, immagino situazioni fino a vederle come se guardassi un film o leggessi un libro. Entro nell’universo parallelo della fantasia ed è come fare una vacanza, davvero. Il problema è che anch’io, come Walter Mitty, parto per questo viaggio nei momenti più impensati, restando per un tempo incalcolabile imbambolata e completamente assente. Sognare ad occhi aperti, nel vero senso della parola. A scuola hanno sempre detto a mia madre ” la bambina è distratta” o “dorme in piedi” o ” andrebbe bene se non facesse errori di distrazione”.  Una cantilena estenuante, la colonna sonora della mia vita scolastica insieme a “la ragazza è anarchica, non rispetta l’autorità”. Eppure a scuola ero bravina, nonostante l’evergreen “potrebbe impegnarsi di più”.   E’ che m’incanto, non so esattamente cosa accada ma è come se il mio cervello non smettesse mai lavorare e quando arriva l’idea buona, arriva e basta. Da fuori sembra che dorma in piedi, tipo sguardo da pesce lesso, mentre dentro è tutto vuoto. Io non ci sono, sono da un’altra parte. Sono in un mondo di fantasia dove tutto può succedere. Ieri, ad esempio,  ho trovato una borsa piena di soldi e ho dovuto prendere una scelta : prenderla o no. Sarebbe bello se accadesse, eh? trovare una borsa piena di soldi, così, per strada. Si è aperta come una porta e io ci sono entrata, ero su quella strada e la borsa era lì, davanti a me. Mi guardo intorno, con circospezione, ma non c’è nessuno. La borsa è incastrata tra il tronco di un albero e il parafango della mia auto. Nella realtà non ho un auto, forse è per questo che non mi capitano cose simili. Da questa scena, ovviamente ambientata nel parcheggio vicino casa, ho iniziato un’avventura incredibile. Poi mi sono risvegliata e qualcuno mi stava parlando.

Al calar della notte c’è un punto sulla sopraelevata di Genova in cui, guardando fuori dal finestrino, per un attimo, si entra in casa di una famiglia. Non so chi siano, so solo che al posto delle pareti hanno delle finestre senza tende e che la loro casa è bellissima. Si vede benissimo ogni particolare ma solo per un frangente. Questa casa mi stimola l’immaginazione ogni volta. Continuando a guardare si entra in tante altre case, si notano le differenze di arredo, stile e di classe.  Le case sono arroccate le une sulle altre, le luci accese, le tv pure. Io dalla macchina guardo fuori, vedo finestre che sembrano schermi e dentro questi schermi vedo televisori che raccontano storie. Da questa prospettiva sembra che, chi sta dentro le case, guardi dallo schermo sbagliato. Non che dovrebbe guardare me, chiaro, ma fuori. Buttare un occhio sulla vita vera.

Io vengo proprio catturata da questi frangenti di vite, è più forte di me, infatti in macchina sono la peggior passeggera di sempre perchè non parlo, resto zitta a guardar fuori. Non resisto, le persone m’incuriosiscono troppo.  J.K.Rowling era in treno quando inventò Harry Potter,guardava fuori dal finestrino e, non si sa come, immaginò una partita di Quidditch : ragazzi a cavallo di scope che volano lanciandosi tipi diversi di palle. L’ho letto da qualche parte quando ero ragazzina, da allora aspetto la venuta della Grande Idea, quella che mi darà la forza di spirito di scrivere qualcosa di più lungo di 5000 battute.

A proposito di 5000 battute, la storia del biscotto l’ho scritta dopo aver preparato dei cookies e aver immaginato di vederne scappare uno. Però i miei non erano a forma di animale e ho notato subito che la mancanza di gambe rendeva la fuga una rotolata via, da lì è nata la storiella.

Forse sono matta, forse sono rimasta bambina, forse sono solo una creativa senza un lavoro creativo. Forse sono tutte e tre. E’ un po’ come essere narcolettici, tranne che il cervello rimane sveglio.

C’è qualcuno, lì fuori, che s’incanta come me e Walter Mitty?

Ci sono giorni

In cui l’ansia, l’angoscia, il dubbio e la disperazione prevalgono anche se tu, da fuori, appari assolutamente calmo.
Ecco, io oggi.

Quel dubbio tuttodunfiato, preludio di un lunedì di pioggia

Secondo voi, se la mia relatrice di tesi mi scrive che lei “domani sarà in ufficio dopo le ore 14,30” significa che lei resistendo stoicamente a tutte le intemperie andrà in ufficio e sarà lì ad aspettarmi nonostante la situazione meteo sia critica e tutte le scuole siano chiuse per allerta 2 e fuori dalle mura dell’Università sembri Venezia e che quindi io, che abito a 30 km di distanza e che ho impiegato 2 settimane a compilare una sorta di elenco-indice per la tesi, il cui risultato è un amorfo abbozzo d’interesse verso un argomento spiegato male che le ho spedito per posta elettronica con tanto di frase “spero vada bene” e che lei, nella sua risposta, non ha nemmeno menzionato, dovrò trovare un modo di essere lì?

Sarà un bellissimo  lunedì.

Il mio non-gusto nel vestirmi.

Una cosa che mi caratterizza molto è il mio non-gusto in fatto di abbigliamento.

Dire che apro l’armadio e mi vesto a caso sarebbe a dir poco riduttivo. Perché, a volte, l’armadio non lo apro proprio.

Tipo stamattina.

Sabato mattina. Mi sveglio e penso “ho finito il caffè”. Ma devo mettermi a lavorare sulla tesi, quindi del caffè ci vuole per forza. Mi trascino fuori dalle coperte, mi lavo i denti, mi pettino, mi infilo le scarpe e la giacca ed esco. Alla ricerca di un caffè. Nel frattempo porto anche fuori il cane.

A volte mi capita di addormentarmi ancor prima di aver deciso di andare a dormire, semplicemente sono di passaggio nei pressi del letto. Si sa che il letto a volte ti chiama e tu non puoi resistergli. Poi con il piumone non ne parliamo. Quindi certe mattine mi sveglio e scopro di essere già vestita, ovviamente in tenuta da casa, tuta e maglietta. Ma non quelle tute belle, nuove, con le scritte fighe. No, le mie tute, come i miei jeans e buona parte della mia roba, festeggiano il loro decimo compleanno in mia compagnia. Il mio corpo, finiti gli esami di quinta elementare, ha deciso che non voleva più crescere, né in altezza né il larghezza. Quindi, perché spendere soldi se la roba mi va sempre bene?

Credevo che questa domanda fosse ovvia per tutti, e invece no. Ogni anno l’essere umano femmina, insieme a molte sue simili, si reca in luoghi chiamati negozi e compra tutto ciò che le serve per prepararsi alla stagione successiva. Ma la roba dell’anno prima? che fine fanno tutti quei poveri indumenti sedotti e abbandonati?  Li regalano a me. C’è questo mistero per cui un sacco di gente mi regala i propri vestiti dismessi, forse credendo che a me non importi niente di ciò che indosso. Ed è vero. Non m’importa. Mi piace alzarmi la mattina e portare fuori il cane indossando una vecchia tuta, una maglia e la giacca, la faccia che sembra un Picasso ricopiato da un bambino di 5 anni e i capelli a cespuglio. Solo e soltanto in quel momento io mi sento veramente libera. Mi sento me stessa. Il look barbona è il mio look. Credevo che fosse la moda degli anni 2000 a non avermi mai abbandonata, io infatti indosso sempre i jeans a zampa, una maglia e le all star rosse, ma credo che ci sia qualcosa di più dietro. Un senso di rifiuto per un certo prototipo di donna a cui io non voglio omologarmi.

Quando esco in tuta, senza trucco e senza preoccupazioni sul mio aspetto, io divento una persona. Non sono né femmina né maschio, sono solo una persona. Mi devi parlare per sapere chi sono, se mi guardi e basta non puoi dedurre nulla, tranne che non so vestirmi come converrebbe -secondo qualcuno-  ad una donna.

Sono sempre stata così, non lo sono diventata un giorno.  Alle superiori mi presentavo ovunque in jeans e felpa e la cosa più divertente era che beccavo più io di tutte quelle tipe mezze nude. Perché gli uomini sono strani, se non vedono nulla sono ancora più curiosi.

Quando cercavo di spiegare le mie teorie, le mie amiche mi guardavano in un certo qual modo. Un paio di volte mi hanno spogliata e rivestita prima di uscire. Io le ho lasciate fare, mi sembrava di essere a “ma come ti vesti”, ma poi ho capito.

Chi non si omologa crea disagio.

Io odio quel programma “ma come ti vesti”. Ogni tanto qualcuno mi minaccia di chiamare il programma perché “non è possibile che tu ti vesta ancora così”. Ma io dico, i vestiti hanno così tanta importanza?Davvero c’è qualcuno che si arroga il diritto di dire alle persone con cosa devono coprire la propria nudità? Certo,mi direte, c’è il modo fashion e quello non fashion. Volete dirmi che credete davvero che l’abito faccia il monaco? Io non lo credo. Credo che l’essere umano abbia bisogno di categorie in cui dividere le persone, per tenere tutto sotto controllo.

Se proprio dovessi rientrare in una categoria vorrei che fosse una categoria tra La Pazza Gattara in Pigiama e il Barbone sotto al Ponte. Ecco, quella sarebbe la mia categoria esteriore. Dentro, invece, è tutta un’altra storia.

Alle donne viene implicitamente imposto un ruolo. Donna. Madre.Moglie.  o  Donna Seducente. La donna dev’essere bella, attraente, poco furba, gentile, onesta, materna, docile, sensibile, ordinata ecc… a seconda di quante caratteristiche si possiedono tra queste si decide quando si è proporzionalmente donna, madre, moglie o donna seducente, pena il senso di colpa. Per quelle donne che si sentono più mascoline hanno creato una categoria apposta, la donna maschio : capelli corti, tipo sportivo, volgare nel modo di esprimersi, poco seducente, vestita come un maschio ecc…

Probabilmente nessuna di noi si sente realmente così. Io no di certo. IO DA GRANDE VOGLIO DIVENTARE UNA PERSONA.

Ma chi si considera solo un essere umano intelligente, dove si colloca?

Il richiamo dei film già visti

Ci sono quei film che ogni tanto ti prende la voglia e devi rivederli.
Improvvisamente avverti la nostalgia per quella battuta, che non ricordi nemmeno tanto bene, oppure da un angolo sperduto del tuo cervello, riemerge quella melodia di sottofondo che ti fa ripensare a quella scena troppo entusiasmante.
Mentre vivi normalmente la tua vita, tutto ad un tratto, cose e persone ti richiamano alla memoria particolari di scene di film che nessuno mai ricorderebbe ma tu si, ti sono rimasti impressi chissà dove.
È il richiamo. Il film ti sta chiamando, pretende di essere rivisto.

Io sono stata chiamata 4 volte questa settimana.
In ordine mi ha chiamata per primo il film A qualcuno piace caldo, quello con Marilyn. Improvvisamente mi ha colta la voglia incontenibile di risalire su quel treno insieme a loro.
A seguire sono stata convocata davanti al televisore da Titanic. È un film piuttosto prepotente, mi avrà già chiamata un centinaio di volte. Avevo nostalgia di tutti i personaggi, ormai li conosco tutti per nome e anch’io, come nella scena finale,risalgo a bordo e saluto tutti. Di Caprio, però, non me lo fanno baciare.
Il terzo appuntamento è stato uno di quelli intensi : Qualcuno volò sul nido del cuculo. Mi ricorda perché è bello il lavoro dell’educatore ed il motto “sono stanco” lo sento anche un po’ mio.
L’ultima chiamata risale a ieri sera. Sono stata invitata ad una festa pazza a casa di Holly Golightly. Adoro quella festa. Colazione da Tiffany è uno dei miei film preferiti. Ha quel non so che di affascinante, riguardarlo è sempre un piacere. Il richiamo comincia quei giorni in cui mi trucco e scene di lei che si trucca mi appaiono davanti agli occhi. Oppure come l’altro giorno che non mi sono svegliata ed ero in ritardo a lavoro. In 10 minuti ero fuori casa e nel mentre che mi vestivo veloce come un trasformista mi veniva in mente lei che si veste di tutta fretta per andare a Sing Sing. Infatti dopo 2 giorni l’ho dovuto rivedere.
I film sono così, ti rimangono impressi dentro.
Quando guardiamo un film nuovo ci muove la curiosità. Ma quando riguardiamo un film già visto e rivisto cosa cerchiamo? Secondo me cerchiamo un rifugio che sappiano già essere accogliente. Loro sono lí che ci attendono, sempre uguali. Noi cambiamo, peggioriamo, miglioriamo ma loro no. Questo è confortante.
Lo stesso vale per i libri.
Noi vogliamo bene ai nostri personaggi, ci piace vivere una storia insieme a loro e ci dispiace salutarli quando arriva il finale. Ogni tanto, allora, torniamo a salutarli. E li troviamo sempre lì dove ricordavamo di averli incontrati la prima volta.

Un giovedì di musica

Questo è un periodo di poche parole, corro da una parte all’altra di questo paesino barcamenandomi tra diversi lavori, nessuno dei quali risulta particolarmente sacrificante. Per mia fortuna, ovviamente.

Questo è un periodo di poche parole, rispetto il silenzio che la mia mente mi chiede, per riposare in vista di tempi più loquaci.

Questo è un periodo di poche parole, ma quelle poche che emergono sono le più forti, le più vere, le più sudate. Parole che hanno lottato per esistere e sopravvivere, e che restano impresse su fogli inesistenti.

Questo è un periodo di poche parole, ma è anche un periodo di poche paranoie. Sorrido, la vita è bella e, mentre la mia mente si fa una vacanza dal pensare, ascolto i Ramones e ballo da sola.

Benvenuti nella mia stanza

La mia mente è come una stanza in disordine, come puoi vedere ci sono pensieri appallottolati come calzini buttati in giro qua e là, ci sono i pensieri che indosso spesso e che tengo a portata di mano, accatastati sulla sedia posta vicino al letto, cosicché i pensieri della notte possano servirsi anche di quelli per dar vita a sogni incredibili, conditi di tutto ciò che preferisco.

Vicino al letto, come in ogni stanza che si rispetti, c’è il comodino, nel quale conservo i pensieri più segreti, e a volte, prima di addormentarmi, apro il primo cassetto e mi ci tuffo dentro, per spingermi, poi, sempre più a largo, fino quasi a non sentire più, coi piedi, il fondo della realtà, nuoto in quell’acqua scura fino a quando non sento la pelle delle dita raggrinzirsi e prima di annegarci dentro del tutto, mi convinco a riemergere; il più delle volte mi tocca asciugarmi con il telo dell’esperienza, che si porta via pian piano le gocce dei pensieri più scomodi.

Più raramente apro il secondo cassetto, quello dove ci sono tutti i miei sogni, ma quando lo faccio ne tiro fuori uno alla volta e, con amore, li coccolo e li nutro come fossero dei cuccioli, poi li rimetto a dormire, devono riposare bene per quando arriverà il loro momento.

La tappezzeria della stanza è un turbine di colori e parole, tutte le frasi che devo ricordarmi di trascrivere risaltano luminose sulle pareti. E’ il caos. Davanti al letto, troneggia il cassettone. Su di esso ci sono appoggiate le mie canzoni preferite,una bella lampada luminosa, così da rendere tutti i pensieri più chiari, e una bella, grande televisione dove poter guardare i ricordi che più mi appassionano; nel primo cassetto ci sono le nozioni imparate a scuola, tutte abbastanza in ordine, sono state stirate tempo addietro e, visto l’inutilizzo, si sono conservate bene nel tempo; nel secondo ci sono le nozioni imparate nella vita, quella vera, quella dura, lo si può notare da quanto sono stropicciate e malconce , ogni volta per trovare ciò che mi serve devo scavare a fondo e molto spesso sparpaglio e butto all’aria tutto ciò che il cassetto contiene. Il terzo cassetto ospita insegnamenti e consigli, spesso lo apro, butto un occhio e richiudo subito. Nel quarto ho riposto tutto l’amore che ho, infatti è pieno di ricordi, scatoline, cuoricini, lettere, foto di tutte le persone a cui ho voluto bene; ma il quarto cassetto è solo la succursale del cuore, lo sappiamo.

Il quinto e ultimo cassetto trabocca di grovigli e cavi buttati alla rinfusa, è il posto dei dubbi, dei ripensamenti e dei pensieri cattivi, ma non così cattivi da essere gettati nel cestino della spazzatura che sta nell’angolo, sotto al tavolo, vicino alla finestra. Il tavolo quasi non si vede tanto è sommerso da pile di fogli e di libri, quello è il posto dove creo i pensieri nuovi. Passo la maggior parte del mio tempo seduta a quel tavolo e per trovare l’ispirazione guardo fuori dalla finestra, fuori da me stessa. Osservo il mondo e prendo appunti, poi però, sono troppo pigra per ricopiarli in bella copia e per riporli ognuno al proprio posto, quindi li lascio lì, dove capita, liberi di mischiarsi con altri pensieri, vecchi, nuovi, miei, non miei generando pensieri innovativi, mai pensati prima. O così credo io. Mi piace questa stanza, anche se disordinata e piena zeppa di roba, dà l’idea di essere vissuta, abitata e, a modo suo, anche curata, e sono pronta perché altri entrino a visitarla però,prima, devo procurarmi un tappetino su cui i visitatori potranno pulirsi i piedi da tutti i pregiudizi.